Variabili non commutative in clinica: l'ordine dell’informazione conta: differenze tra le versioni

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**NOTOC**
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= Variabili non commutative in clinica: ''<small>l'ordine dell’informazione conta</small>'' =
 
 
 
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== Abstract ==
Nei sistemi clinici complessi (dolore oro-facciale, TMD, condizioni neurologiche interferenti) l’esito diagnostico non dipende solo da ''quali'' dati vengono raccolti, ma dall’ordine e dal tempo con cui i blocchi informativi vengono acquisiti e integrati. Questo capitolo introduce una formalizzazione minimale della ''non-commutatività diagnostica'': l’idea che la diagnosi possa cambiare se due blocchi informativi vengono applicati in ordine inverso, anche quando entrambi risultano corretti nel proprio dominio locale.
 
Definiamo la diagnosi come output di una sequenza temporale di atti informativi, e introduciamo una notazione operativa <math>A \,\overset{T}{\mid}\, B</math>, dove <math>T</math> rappresenta l’intervallo durante il quale lo stato del sistema può trasformarsi (adattamento, compenso, cronicizzazione, interferenze). In un processo clinico “commutabile” l’ordine è neutro; nei sistemi complessi tale neutralità spesso fallisce, e la differenza tra <math>D(A|^{T}B)</math> e <math>D(B|^{T}A)</math> diventa un indicatore operativo di instabilità diagnostica.
 
Attraverso il caso paradigmatico di “Mary Poppins” (Hemimasticatory Spasm) mostriamo come due contesti diagnostici localmente coerenti (odontoiatrico e neurologico) possano generare una stasi interpretativa pluriennale quando il blocco iniziale non è sufficientemente discriminante. La non-commutatività non viene interpretata come errore del singolo specialista, ma come proprietà emergente del processo diagnostico quando manca una metrica di stato capace di comprimere il tempo decisionale. Questo impianto prepara il terreno al capitolo successivo (segnale criptato / fase clinica) e all’introduzione dell’Indice <math>|\Psi\rangle</math>.
 
== 1. Premessa: perché l’ordine è una variabile clinica ==
In un’idealizzazione “classica”, la diagnosi viene trattata come un risultato che dipende dai dati, mentre l’ordine di acquisizione è considerato secondario. In clinica reale questa ipotesi fallisce spesso, soprattutto quando:
 
* la presentazione è in ''fase di sovrapposizione'' (più etiologie compatibili con lo stesso pattern);
* la sensibilità discriminante dei test dipende dal tempo e dallo stato del sistema;
* il percorso è multidisciplinare e composto da “blocchi” informativi eterogenei.
 
In questi casi il processo diagnostico diventa intrinsecamente ''path-dependent'': non esiste un solo “snapshot” equivalente, ma una storia osservativa.
 
<ref>
Norman G, Eva K.
Diagnostic error and clinical reasoning.
Med Educ. 2010;44(1):94–100.
</ref>
<ref>
Graber ML, Franklin N, Gordon R.
Diagnostic error in internal medicine.
Arch Intern Med. 2005;165(13):1493–9.
</ref>
 
== 2. Definizione operativa: blocchi informativi e sequenza temporale ==
Indichiamo con <math>D(\cdot)</math> l’output diagnostico prodotto dall’applicazione di una sequenza di atti informativi (test + interpretazione). Consideriamo due blocchi:
 
* <math>A</math> = blocco odontoiatrico standard (lettura locale; criteri e test orientati al contesto TMD)
* <math>B</math> = blocco neurofisiologico/sistemico (lettura di livello superiore; integrazione differenziale neurognatologica)
 
Introduciamo la notazione:
 
<math>A \,\overset{T}{\mid}\, B</math>


<div class="chapter-content">
dove <math>\overset{T}{\mid}</math> indica che tra <math>A</math> e <math>B</math> intercorre un tempo <math>T</math> durante il quale lo stato del sistema può trasformarsi.
 
Diremo che il processo è ''commutabile'' (in senso clinico) se, a parità di distanza temporale, l’ordine non cambia l’esito:
 
<math>
D\!\left(A \,\overset{T}{\mid}\, B\right)
=
D\!\left(B \,\overset{T}{\mid}\, A\right)
</math>
 
Nei sistemi complessi questo spesso fallisce, e osserviamo:
 
<math>
D\!\left(A \,\overset{T}{\mid}\, B\right)
\neq
D\!\left(B \,\overset{T}{\mid}\, A\right)
</math>
 
Questa dipendenza dell’esito dall’ordine è ciò che qui chiamiamo '''non-commutatività clinica (diagnostica)'''.
 
<ref>
Hogarth RM, Einhorn HJ.
Order effects in belief updating.
Cogn Psychol. 1992;24(1):1–55.
</ref>
<ref>
Elstein AS, Schwarz A.
Clinical problem solving and diagnostic decision making.
BMJ. 2002;324:729–32.
</ref>
 
== 3. Il tempo <math>T</math> non è un intervallo neutro ==
Il tempo che separa i blocchi informativi non è un “vuoto”: è uno spazio in cui il sistema clinico può cambiare stato. In particolare <math>T</math> può:
 
* aumentare o ridurre la discriminabilità di un test;
* spostare il paziente da una fase di sovrapposizione a una fase di manifestazione;
* produrre adattamento, compenso o cronicizzazione;
* creare una coerenza locale autosufficiente (diagnosi plausibile ma non causale).
 
Quindi una diagnosi “tardiva ma corretta” non è equivalente a una diagnosi precoce: l’esito può coincidere, ma il processo clinico non è lo stesso.
 
<ref>
Sturmberg JP, Martin CM.
Complexity and health – yesterday’s traditions, tomorrow’s future.
J Eval Clin Pract. 2009;15(3):543–8.
</ref>
<ref>
Plsek PE, Greenhalgh T.
Complexity science: The challenge of complexity in health care.
BMJ. 2001;323:625–8.
</ref>
 
== 4. Formalismo minimale: indice d’ordine e commutatore ==
Per rendere misurabile la non-commutatività introduciamo una quantità operativa.
 
=== 4.1 Indice d’ordine (distanza tra esiti) ===
Definiamo:
 
<math>
\Delta_{A,B}(T)= \mathrm{dist}\!\left(D(A \,\overset{T}{\mid}\, B),\, D(B \,\overset{T}{\mid}\, A)\right)
</math>
 
dove <math>\mathrm{dist}(\cdot,\cdot)</math> può essere:
* una distanza tra classi (0 se coincide, 1 se differisce),
* una distanza tra probabilità (valore assoluto tra posteriori),
* una distanza tra vettori di stato (norma), quando si introduce <math>|\Psi\rangle</math>.
 
Se <math>\Delta_{A,B}(T)=0</math> il processo è commutabile a quella scala; se <math>\Delta_{A,B}(T)>0</math> emerge un effetto d’ordine.
 
=== 4.2 Commutatore come “firma” del processo ===
In forma concettuale (non fisica), possiamo rappresentare i blocchi informativi come operatori di aggiornamento su uno stato clinico:
 
<math> s \mapsto O_A(s), \qquad s \mapsto O_B(s) </math>
 
La non-commutatività si esprime come:
 
<math>
[O_A,O_B](s)=O_A(O_B(s)) - O_B(O_A(s)) \neq 0
</math>
 
Il commutatore non è qui un oggetto “quantistico” del paziente, ma un modo compatto per dire: l’ordine cambia lo stato ricostruito.
 
<ref>
Trueblood JS, Busemeyer JR.
A quantum probability account of order effects in inference.
Cogn Sci. 2011;35(8):1518–52.
</ref>
<ref>
Khrennikov A.
Contextual approach to quantum formalism.
Springer; 2009.
</ref>
 
== 5. Esempio paradigmatico: “Mary Poppins” e il messaggio criptato ==
Il caso clinico di “Mary Poppins” (Hemimasticatory Spasm) rende evidente che due contesti diagnostici possono essere localmente coerenti e globalmente incompatibili.


{{ArtBy|||autore=Gianni Frisardi|autore2=Giorgio Cruccu|autore3=Luca Fontana|autore4=Cesare Iani|autore5=|autore6=Diego Centonze|autore7=Manuel Luci|autore8=Flavio Frisardi|autore9=}}
Per fissare il punto in modo operativo poniamo:


= Variabili non commutative in clinica: quando l’ordine (e il tempo) determina la diagnosi =
* <math>A</math> = blocco odontoiatrico (coerenza del ''dental context'' <math>\Im_o</math>)
* <math>B</math> = blocco neurofisiologico (coerenza del ''neurological context'' <math>\Im_n</math>)


'''Premessa sperimentale (Normal Science).'''
La sequenza storica tipica è:
Questo capitolo nasce da un dato concreto: nel nostro studio prospettico su 40 soggetti (30 asintomatici, 10 sintomatici) l’esito diagnostico non si è “stabilizzato” al primo tempo di osservazione, ma ha richiesto anni e più rivalutazioni per convergere verso una diagnosi definitiva. In particolare, lo scarto tra stato clinico e stato diagnostico è stato osservato lungo tre tempi: <math>t_0</math> (fase preliminare), <math>t_n</math> (fase avanzata), <math>t_{n+1}</math> (fase definitiva).


[[File:Table 1 CNSS.jpg|thumb|'''Tabella fondativa:''' output RDC su 40 soggetti (30 asintomatici, 10 sintomatici) e divergenza con la successiva classificazione del gruppo di esperti.]]
<math>A \,\overset{T}{\mid}\, B</math> con <math>T</math> di anni


Il punto non è solo che “la diagnosi arriva tardi”, ma che la diagnosi tardiva indica una proprietà strutturale del processo: in un sistema complesso l’esito dipende dall’ordine con cui i blocchi informativi vengono applicati e dal tempo che li separa. Questa dipendenza dall’ordine è ciò che qui chiamiamo ''non-commutatività clinica''.
Durante <math>T</math>, la coerenza locale di <math>\Im_o</math> può sostenere molte asserzioni plausibili senza essere causalmente corretta. La diagnosi si stabilizza tardi non perché “mancavano dati”, ma perché l’ordine iniziale non era sufficientemente discriminante nelle fasi di sovrapposizione.
<gallery mode="slideshow">
File:Atm1 sclerodermia.jpg|Figura 1: Si presenta un esempio puramente descrittivo. <math>A</math> = blocco odontoiatrico (coerenza del ''dental context'' <math>\Im_o</math>)
File:Hephaptic edited.jpeg|Figura 2: <math>B</math> = blocco neurofisiologico (coerenza del ''neurological context'' <math>\Im_n</math>)
</gallery>


== Definizione operativa: commutatività diagnostica nel tempo ==


Indichiamo con <math>D(\cdot)</math> l’esito diagnostico prodotto da una sequenza di atti informativi (test + interpretazione).
L’inversione controfattuale chiarisce il concetto:
Definiamo due blocchi:


* <math>A</math> = blocco odontoiatrico standard (criteri locali, ad es. RDC e valutazioni correlate)
<math>
* <math>B</math> = blocco neurofisiologico/sistemico (integrazione esperta, neurognatologica, differenziale)
D\!\left(A \,\overset{T_0}{\mid}\, B\right)
\neq
D\!\left(B \,\overset{T_0}{\mid}\, A\right)
</math>


Introduciamo una notazione temporale che rende esplicito ciò che in clinica accade davvero:
cioè: una lettura neurofisiologica iniziale avrebbe potuto orientare la lettura odontoiatrica come conseguenza e non come causa.


<math>A ,|^{T}, B</math>
<ref>
Cruccu G, Truini A.
Refractory trigeminal neuralgia.
Neurology. 2013;81(7):640–8.
</ref>
<ref>
Sessle BJ.
Orofacial pain: models, mechanisms, and clinical correlates.
J Oral Rehabil. 2014;41(4):242–52.
</ref>


dove <math>|^{T}</math> indica che tra <math>A</math> e <math>B</math> intercorre un tempo <math>T</math> durante il quale lo stato del sistema può trasformarsi (adattamento, compenso, cronicizzazione, interferenza tra condizioni cliniche).
=== 5.1 Perché “criptato” ===
Il punto che apre il capitolo successivo è che <math>B</math> non aggiunge solo “più dati”: introduce la necessità di decifrare un output. In alcuni quadri trigeminali l’informazione è presente, ma non è leggibile con chiavi interpretative odontoiatriche standard.


Un processo diagnostico sarebbe ''commutabile'' (in senso clinico) se l’ordine dei blocchi informativi non modificasse l’esito:
Nel caso “Mary Poppins” la chiave fisiopatologica è la trasmissione efaptica (''ephaptic transmission''): attività ectopica e “lateral spread” in un nervo focalmente demielinizzato. Il sistema produce un segnale reale, ma la lettura locale lo interpreta con una grammatica inadatta.


<math>D(A ,|^{T}, B)=D(B ,|^{T}, A)</math>
<ref>
Nielsen VK.
Pathophysiology of hemifacial spasm: I. Ephaptic transmission.
Neurology. 1984;34:418–26.
</ref>
<ref>
Thompson PD, Carroll WM.
Hemimasticatory spasm: a peripheral paroxysmal cranial neuropathy?
J Neurol Neurosurg Psychiatry. 1983;46:274–6.
</ref>


Nel nostro dominio (OP/TMD e patologie interferenti), l’osservazione sperimentale è che tale uguaglianza spesso fallisce: la diagnosi emerge con <math>A ,|^{T}, B</math> solo dopo anni, mentre l’inversione <math>B ,|^{0}, A</math> può essere discriminante già a tempo iniziale.
== 6. Implicazione clinica: non-commutatività come indicatore di instabilità ==
La non-commutatività diagnostica non è (solo) un problema teorico: è un segnale operativo che il processo sta lavorando in una regione di sovrapposizione ad alto rischio, dove:


{| class="wikitable" style="width:100%; margin:16px 0; background:#fff8ef; border-left:4px solid #c9a24d; border-radius:10px; border-collapse:separate; border-spacing:0;"
* l’ordine dei blocchi informativi cambia l’esito;
|-
* la diagnosi tardiva non equivale alla diagnosi precoce;
! style="padding:10px 12px; text-align:left;" | Nota clinica critica
* la coerenza locale non garantisce causalità;
|-
* il sistema è vulnerabile a ritardi, deviazioni e false chiusure.
| style="padding:10px 12px; line-height:1.45;" |
Nel dataset della fase ''Normal Science'' un soggetto (n°40) è rimasto classificato come ''healthy'' anche nelle rivalutazioni successive (false negative persistente). Questo caso rappresenta il limite clinico del problema: quando il processo diagnostico non riesce a rendere disponibile precocemente l’informazione discriminante, il tempo <math>T</math> non è neutro e può diventare un fattore di rischio reale.
|}


== Esempio clinico minimo (già contenuto nella Normal Science) ==
In assenza di una metrica di stato, il percorso resta intrinsecamente ''path-dependent''.


Nel caso paradigmatico del bruxismo seguito per anni, l’ordine dei test produce esiti diversi.
== 7. Ponte verso l’Indice <math>|\Psi\rangle</math> ==
Se poniamo <math>A=\hat{E}</math> (EMG interferenziale) e <math>B=\hat{P}</math> (rcIMR), il percorso storico osservato è:
Se l’esito dipende dall’ordine e dal tempo, allora diventa necessario un criterio che renda disponibile precocemente l’informazione discriminante e riduca <math>\Delta_{A,B}(T)</math>. Da questa esigenza nasce l’Indice <math>|\Psi\rangle</math>, concepito non come classificazione ma come metrica di stato, capace di rappresentare:


<math>\hat{E} ,|^{T}, \hat{P}</math>  con <math>T \approx 14</math> anni.
* configurazione del sistema,
* dipendenza dal contesto,
* effetto d’ordine,
* e (nel seguito) la fase clinica come variabile di trasferimento.


L’inversione controfattuale del protocollo:


<math>\hat{P} ,|^{0}, \hat{E}</math>


sarebbe stata potenzialmente discriminante già a tempo iniziale. Questo esempio non introduce una metafora “quantistica”: rende visibile un fatto clinico, cioè che l’informazione neurofisiologica non è intercambiabile con la valutazione locale quando il sistema è in fasi sovrapposte.
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</div>

Versione attuale delle 13:31, 24 gen 2026


Variabili non commutative in clinica: l'ordine dell’informazione conta

Abstract

Nei sistemi clinici complessi (dolore oro-facciale, TMD, condizioni neurologiche interferenti) l’esito diagnostico non dipende solo da quali dati vengono raccolti, ma dall’ordine e dal tempo con cui i blocchi informativi vengono acquisiti e integrati. Questo capitolo introduce una formalizzazione minimale della non-commutatività diagnostica: l’idea che la diagnosi possa cambiare se due blocchi informativi vengono applicati in ordine inverso, anche quando entrambi risultano corretti nel proprio dominio locale.

Definiamo la diagnosi come output di una sequenza temporale di atti informativi, e introduciamo una notazione operativa ATB, dove T rappresenta l’intervallo durante il quale lo stato del sistema può trasformarsi (adattamento, compenso, cronicizzazione, interferenze). In un processo clinico “commutabile” l’ordine è neutro; nei sistemi complessi tale neutralità spesso fallisce, e la differenza tra D(A|TB) e D(B|TA) diventa un indicatore operativo di instabilità diagnostica.

Attraverso il caso paradigmatico di “Mary Poppins” (Hemimasticatory Spasm) mostriamo come due contesti diagnostici localmente coerenti (odontoiatrico e neurologico) possano generare una stasi interpretativa pluriennale quando il blocco iniziale non è sufficientemente discriminante. La non-commutatività non viene interpretata come errore del singolo specialista, ma come proprietà emergente del processo diagnostico quando manca una metrica di stato capace di comprimere il tempo decisionale. Questo impianto prepara il terreno al capitolo successivo (segnale criptato / fase clinica) e all’introduzione dell’Indice |Ψ.

1. Premessa: perché l’ordine è una variabile clinica

In un’idealizzazione “classica”, la diagnosi viene trattata come un risultato che dipende dai dati, mentre l’ordine di acquisizione è considerato secondario. In clinica reale questa ipotesi fallisce spesso, soprattutto quando:

  • la presentazione è in fase di sovrapposizione (più etiologie compatibili con lo stesso pattern);
  • la sensibilità discriminante dei test dipende dal tempo e dallo stato del sistema;
  • il percorso è multidisciplinare e composto da “blocchi” informativi eterogenei.

In questi casi il processo diagnostico diventa intrinsecamente path-dependent: non esiste un solo “snapshot” equivalente, ma una storia osservativa.

[1] [2]

2. Definizione operativa: blocchi informativi e sequenza temporale

Indichiamo con D() l’output diagnostico prodotto dall’applicazione di una sequenza di atti informativi (test + interpretazione). Consideriamo due blocchi:

  • A = blocco odontoiatrico standard (lettura locale; criteri e test orientati al contesto TMD)
  • B = blocco neurofisiologico/sistemico (lettura di livello superiore; integrazione differenziale neurognatologica)

Introduciamo la notazione:

ATB

dove T indica che tra A e B intercorre un tempo T durante il quale lo stato del sistema può trasformarsi.

Diremo che il processo è commutabile (in senso clinico) se, a parità di distanza temporale, l’ordine non cambia l’esito:

D(ATB)=D(BTA)

Nei sistemi complessi questo spesso fallisce, e osserviamo:

D(ATB)D(BTA)

Questa dipendenza dell’esito dall’ordine è ciò che qui chiamiamo non-commutatività clinica (diagnostica).

[3] [4]

3. Il tempo T non è un intervallo neutro

Il tempo che separa i blocchi informativi non è un “vuoto”: è uno spazio in cui il sistema clinico può cambiare stato. In particolare T può:

  • aumentare o ridurre la discriminabilità di un test;
  • spostare il paziente da una fase di sovrapposizione a una fase di manifestazione;
  • produrre adattamento, compenso o cronicizzazione;
  • creare una coerenza locale autosufficiente (diagnosi plausibile ma non causale).

Quindi una diagnosi “tardiva ma corretta” non è equivalente a una diagnosi precoce: l’esito può coincidere, ma il processo clinico non è lo stesso.

[5] [6]

4. Formalismo minimale: indice d’ordine e commutatore

Per rendere misurabile la non-commutatività introduciamo una quantità operativa.

4.1 Indice d’ordine (distanza tra esiti)

Definiamo:

ΔA,B(T)=dist(D(ATB),D(BTA))

dove dist(,) può essere:

  • una distanza tra classi (0 se coincide, 1 se differisce),
  • una distanza tra probabilità (valore assoluto tra posteriori),
  • una distanza tra vettori di stato (norma), quando si introduce |Ψ.

Se ΔA,B(T)=0 il processo è commutabile a quella scala; se ΔA,B(T)>0 emerge un effetto d’ordine.

4.2 Commutatore come “firma” del processo

In forma concettuale (non fisica), possiamo rappresentare i blocchi informativi come operatori di aggiornamento su uno stato clinico:

sOA(s),sOB(s)

La non-commutatività si esprime come:

[OA,OB](s)=OA(OB(s))OB(OA(s))0

Il commutatore non è qui un oggetto “quantistico” del paziente, ma un modo compatto per dire: l’ordine cambia lo stato ricostruito.

[7] [8]

5. Esempio paradigmatico: “Mary Poppins” e il messaggio criptato

Il caso clinico di “Mary Poppins” (Hemimasticatory Spasm) rende evidente che due contesti diagnostici possono essere localmente coerenti e globalmente incompatibili.

Per fissare il punto in modo operativo poniamo:

  • A = blocco odontoiatrico (coerenza del dental context o)
  • B = blocco neurofisiologico (coerenza del neurological context n)

La sequenza storica tipica è:

ATB con T di anni

Durante T, la coerenza locale di o può sostenere molte asserzioni plausibili senza essere causalmente corretta. La diagnosi si stabilizza tardi non perché “mancavano dati”, ma perché l’ordine iniziale non era sufficientemente discriminante nelle fasi di sovrapposizione.


L’inversione controfattuale chiarisce il concetto:

D(AT0B)D(BT0A)

cioè: una lettura neurofisiologica iniziale avrebbe potuto orientare la lettura odontoiatrica come conseguenza e non come causa.

[9] [10]

5.1 Perché “criptato”

Il punto che apre il capitolo successivo è che B non aggiunge solo “più dati”: introduce la necessità di decifrare un output. In alcuni quadri trigeminali l’informazione è presente, ma non è leggibile con chiavi interpretative odontoiatriche standard.

Nel caso “Mary Poppins” la chiave fisiopatologica è la trasmissione efaptica (ephaptic transmission): attività ectopica e “lateral spread” in un nervo focalmente demielinizzato. Il sistema produce un segnale reale, ma la lettura locale lo interpreta con una grammatica inadatta.

[11] [12]

6. Implicazione clinica: non-commutatività come indicatore di instabilità

La non-commutatività diagnostica non è (solo) un problema teorico: è un segnale operativo che il processo sta lavorando in una regione di sovrapposizione ad alto rischio, dove:

  • l’ordine dei blocchi informativi cambia l’esito;
  • la diagnosi tardiva non equivale alla diagnosi precoce;
  • la coerenza locale non garantisce causalità;
  • il sistema è vulnerabile a ritardi, deviazioni e false chiusure.

In assenza di una metrica di stato, il percorso resta intrinsecamente path-dependent.

7. Ponte verso l’Indice |Ψ

Se l’esito dipende dall’ordine e dal tempo, allora diventa necessario un criterio che renda disponibile precocemente l’informazione discriminante e riduca ΔA,B(T). Da questa esigenza nasce l’Indice |Ψ, concepito non come classificazione ma come metrica di stato, capace di rappresentare:

  • configurazione del sistema,
  • dipendenza dal contesto,
  • effetto d’ordine,
  • e (nel seguito) la fase clinica come variabile di trasferimento.


Bibliography & references
  1. Norman G, Eva K. Diagnostic error and clinical reasoning. Med Educ. 2010;44(1):94–100.
  2. Graber ML, Franklin N, Gordon R. Diagnostic error in internal medicine. Arch Intern Med. 2005;165(13):1493–9.
  3. Hogarth RM, Einhorn HJ. Order effects in belief updating. Cogn Psychol. 1992;24(1):1–55.
  4. Elstein AS, Schwarz A. Clinical problem solving and diagnostic decision making. BMJ. 2002;324:729–32.
  5. Sturmberg JP, Martin CM. Complexity and health – yesterday’s traditions, tomorrow’s future. J Eval Clin Pract. 2009;15(3):543–8.
  6. Plsek PE, Greenhalgh T. Complexity science: The challenge of complexity in health care. BMJ. 2001;323:625–8.
  7. Trueblood JS, Busemeyer JR. A quantum probability account of order effects in inference. Cogn Sci. 2011;35(8):1518–52.
  8. Khrennikov A. Contextual approach to quantum formalism. Springer; 2009.
  9. Cruccu G, Truini A. Refractory trigeminal neuralgia. Neurology. 2013;81(7):640–8.
  10. Sessle BJ. Orofacial pain: models, mechanisms, and clinical correlates. J Oral Rehabil. 2014;41(4):242–52.
  11. Nielsen VK. Pathophysiology of hemifacial spasm: I. Ephaptic transmission. Neurology. 1984;34:418–26.
  12. Thompson PD, Carroll WM. Hemimasticatory spasm: a peripheral paroxysmal cranial neuropathy? J Neurol Neurosurg Psychiatry. 1983;46:274–6.